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domenica 5 giugno 2016

Corleone, la verità sull'inchino davanti la casa del boss

Domenica scorsa l'ultima processione che ha attraversato le strade di Corleone si è fermata per un "inchino" davanti alla casa dove abita Ninetta Bagarella, la moglie del capo di Cosa Nostra, Totò Riina. Appena resisi conto del luogo della sosta, il commissario di polizia e il maresciallo dei carabinieri, che erano presenti, hanno lasciato la processione inviando una relazione alla procura distrettuale antimafia. A seguire, il sindaco e tutti i devoti che seguivano la processione, hanno abbondato in massa la funzione, lasciando da solo il parroco con la vara e il membro della confraternita che aveva organizzato tutto con un raggiro.  "Ho messo il Google Maps. Fidatevi!", avrebbe detto prima di iniziare il cammino religioso.
Subito dopo anche il prete, resosi anch'egli conto della malefatta a sua insaputa e infuriatosi, ha brandito il megafono ed ha urlato all'indirizzo della Bagarella, che in quel momento si affacciava dal balcone insieme alla sorella: "La mafia è una montagna di merda". A quel punto anche la statua di San Giovanni, posta sul carro, è scesa dalla croce ed è tornata a piedi in Chiesa, mentre gli astanti gridavano al miracolo.
Il sindaco, inorridito dall'accaduto, si è immediatamente prodigato nel fornire alla procura distrettuale antimafia, nomi e cognomi dei presunti responsabili tra cui anche il presidente di Google Maps Italia.
Ancora una volta la Sicilia dopo anni di vessazioni e soprusi, si dimostra sempre più convinta e decisa nel confermare il proprio ruolo di portatrice sana di legalità, lontanissima da quelli che oramai sono solo antichi pregiudizi.



#Ihaveadream.





Ci sono tante teste di minchia: teste di minchia che sognano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello; quelle che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero; ma oggi, signore e signori, davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti. Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge” (l'ironica orazione funebre scritta da Borsellino a Falcone mentre era ancora in vita)






venerdì 31 ottobre 2014

Stato-Mafia, Napolitano e la sua deposizione

La trattativa tra Stato italiano e Cosa nostra si fa riferimento ad una presunta negoziazione che si sarebbe sviluppata in seguito alla stagione delle bombe del '92 e '93 al fine di giungere a un accordo tra importanti funzionari delle istituzioni italiane e rappresentanti della mafia siciliana. 
Oggetto ipotizzato dell'accordo sarebbe  la fine della stagione stragista in cambio di un'attenuazione delle misure detentive previste dall'articolo 41 bis. 

Napolitano, il nostro esimio presidente della Repubblica delle Banane,è quindi accusato di essere coinvolto in queste trattative alla luce delle risultanze di alcune intercettazioni telefoniche ancora secretate in cui Nap parlerebbe proprio con Nicola Mancino, l'ex ministro dell'Interno accusato di falsa testimonianza e di aver coperto latitanti del calibro di Brusca nel periodo delle grandi stragi.

Ora, in virtù di tutto questo, cosa ci si aspettava dalla deposizione nel processo?
Che Napolitano dicesse ho-stato-io? -oppure- Scusate, me l'ero scritto su un post-it  quello che ho detto a Mancino, ma purtroppo il cane se l'è mangiato?

Siamo seri, finchè le intercettazioni non saranno pubblicate,  l'unica cosa che Napolitano potrà deporre sono le uova.




martedì 29 luglio 2014

A Palermo anche la Madonna si inchina al boss

E mentre Alessando D'Ambrogio, padrino di Cosa Nostra, sconta il suo 41bis al carcere di Novara, a Palermo una processione di quartiere gli fa gli onori. Il carro delle Madonna del Carmine di Ballarò, trascinato da babbuini in gilet marrone nutria, viene sostato davanti all'impresa funebre del D'Ambrogio in segno di "rispetto".
Il dramma è che non è la prima volta.

L'intreccio tra religione e mafia , nella subcultura palermitana, rasenta le soglie del ridicolo. Se non fossimo consapevoli del grande cancro che è Cosa Nostra, ci sarebbe quasi da ridere.

"Figghiu, figghiu, pigghia u picciriddu e facci vasari a Maruonna, pi to' frati che è vittima dello Stato" (Figlio, prendi mio nipote, sollevalo fino alla statua e fagli baciare la Madonna  affinchè chieda la grazia per tuo fratello che è vittima dello Stato)
Probabilmente per "vittima dello Stato" si intende un arresto in flagranza di reato per una partita di 300 Kg di cocaina provenienti dalla Colombia. 

Gente che si strappa i capelli, donne gravide come zampogne per la sesta volta, in maglia Guess, che pregano per il marito in galera.
"Marunnuzza mia, diccelo tu al giudice che lo scarcera a mio marito", e magari il marito ha già sparato a due commercianti e squagliato il compare nel mister muscolo idraulico gel.

Le autorità ecclesiastiche devono vigilare, dice il procuratore.
 E lo Stato, nel frattempo, partecipa alla processione.




sabato 19 luglio 2014

Borsellino, il giudice del risveglio

Il 19 Luglio di ventidue anni fa ero sul letto della mia cameretta verde a giocar con le bambole. Avevo otto anni e in quel periodo Palermo era blindata, ma la giovane età non mi permetteva di comprenderne il motivo. Militari ad ogni angolo di strada, macchine della polizia dislocate a presidio delle abitazioni dei magistrati.  Io avevo sempre otto anni e non capivo nemmeno quale fosse il significato della parola "Mafia",sineddoche di Al Capone, tuttalpiù. Vietato parlarne. Poi nel pomeriggio del diciannove sette novantadue: il botto. Un boato, un petardo troppo forte per essere solo un petardo. In linea d'aria, casa mia era distante da via d' Amelio circa 3 km. Tremarono i vetri degli infissi, i miei genitori si guardarono inderdetti negli occhi come a dirsi ' forse e caduto giù il palazzo di fronte'. La televisione già dopo mezz'ora trasmetteva a reti unificate "È stato assassinato il giudice Paolo Borsellino, vittima di un attentato mentre era in visita alla madre". 
Quel giorno non esplose solo la Fiat 127 piena di tritolo, è scoppiato il vaso  di Pandora dell'antimafia.
Da quel giorno la mafia è una montagna di merda.
Per tutte le coscienze assopite, risvegliate a suon di polvere da sparo.


"Almeno, l'opinione pubblica deve sapere e conoscere. Il pool deve morire davanti a tutti"

lunedì 15 aprile 2013

Mio nonno era comunista, ma qualcuno non l’avvisò

Vi racconto di quando il mio bisnonno fu ucciso dalla mafia perché era comunista

Ventimiglia di Sicilia 4 dicembre 1945

Come ogni giorno Giuseppe Puntarello, segretario locale della sezione del partito comunista, si recava a lavoro all’alba. Nato nel 1892 a Comitini – il paese delle zolfatare, a cui erano legati Pirandello e Quasimodo – tornato da Asmara (Eritrea) nel 1939 si stabilì a Ventimiglia di Sicilia dove trovò lavoro per la ditta di trasporti INT che collegava il paese alla citta’ di Palermo.
Insieme a lui lavorava un certo Andrea Mauro, già amico prima della Grande Guerra.
Ogni mattino, alle 5 in punto, Andrea passava da casa di Giuseppe, e insieme si recavano alla rimessa in cui veniva custodito l’autobus.
Adesso, sarebbe bello potervi raccontare una storia d’avventura in cui due amici per la pelle affrontano la vita d’ogni giorno incontrando personaggi fantastici, ma la realtà è un altra: un bacio alla moglie, uno sguardo ai bambini che dormono e qualche minuto dopo il rumore assordante di uno sparo nel gelido silenzio mattutino; il corpo di Giuseppe viene rinvenuto per strada in una pozza di sangue e neve. Un manipolo mafioso lo ha costretto a fermarsi e lo uccide senza pietà con un colpo di lupara.

Quando accadeva un evento simile, in una piccola realtà da villaggio, un po’ per consolare la moglie che da casa aveva sentito prima di tutti il colpo e che non faceva altro che ripetere “non ci credo, hanno ammazzato mio marito e il letto era ancora caldo” come una cantilena, un po’ perchè in quel periodo anche solo il pronunciare la parola “mafia” era veicolo di guai, si cominciò a giustificare quell’omicidio come un errore “l’hanno ammazzato per sbaglio”- si diceva.
In sostanza, quella mattina, Andrea Mauro, avvisato da non si sa chi, non si recò come al suo solito sotto casa di Giuseppe, pensando bene di rimanere a casa senza avvertire l’amico, dal momento che qualcuno con una soffiata, l’aveva avvertito che se fosse uscito di casa l’avrebbero ammazzato.
Il motivo per cui avrebbero dovuto eliminarlo era il fatto d’essersi invaghito della donna di un boss della zona perchè “quella donna” apparteneva ad un altro. Siccome a causa del gelo ci si copriva con dei mantelli (i pastrani) che celavano completamente il viso della persona, i criminali sbagliarono persona e uccisero l’innocente Puntarello, invece del “femminaro” Mauro.

La verità venne a galla solo qualche anno dopo. Era stato ucciso per il suo impegno di dirigente della Camera del Lavoro. Si era trattato, insomma, di uno dei tanti omicidi che in quegli anni la mafia compiva per piegare il movimento contadino in lotta per le terre. Quando venne assassinato, il figlio più piccolo aveva dieci anni, la moglie Vincenza 48.

Il riconoscimento di Giuseppe Puntarello, come vittima della Mafia, avvenne alla fine degli anni ’90, attualmente è seppellito nel cimitero di Ventimiglia di Sicilia insieme alla moglie ed i figli. Mio nonno materno era il secondo dei suoi figli, ed io, orgogliosamente, sono sua nipote.